lo spazio vuoto

lo spazio vuoto

lunedì 31 luglio 2017

Il mondo fuori

Le finestre mi hanno da sempre affascinato, mi piace guardarci dentro, attraverso, come regni che si schiudono, a chi si trova dall'altra parte.
A volte il fuori è dentro, altre il dentro è fuori, tutto cambia prospettiva a seconda del punto di osservazione. Ma è sempre quell'essere oltre da un'altra parte che mi rapisce, mi impone di fissare lo sguardo, di penetrare il segreto, la cifra che tiene insieme quel mondo al di là di me.
Così mi ritrovo spesso a fotografare finestre.
Anche in queste brevi escursioni estive tra Germania e Toscana mi sono ritrovata ammaliata da ciò che si vede dalle finestre, come soglia, linea di margine, tra luce e ombra, tra noto e ignoto, tra dentro e fuori.
Ecco alcune foto e un haiku che restituiscono per me questa potente attrazione.

Occhi voraci
Declinano il mondo
Per sempre fuori


Arezzo, 21 giugno 2017, dalla camera dello studentato dove è stata ospitata Emilia per la festa della musica.










Monaco, Blutenburg, 14 luglio 2017, Internationale Jugendbibliothek, un luogo di radici, parole e immagini, fondato da Jella Lepman alla fine della seconda guerra mondiale. Straordinaria la sua autobiografia, La strada di Jella. Prima fermata Monaco, pubblicata da Sinnos.





Augsburg, 15 luglio 2017, Rathaus, dalla sala d'oro del Palazzo del Municipio.






Ancora Augsburg, Rathaus, dal lato opposto, che affaccia sulla piazza.


Finestra con viaggiatore



Occhio sul mondo, dal Fienile, agriturismo in località Meliciano, a 15 km da Arezzo, un luogo in cui la terra e le persone accolgono con abbondanza e pace



Il vigneto




La strada per tornare a casa


martedì 18 luglio 2017

Storie piccole

Negli oggetti vecchi vivono storie che agiscono su di me come calamite.
Mi attraggono in modo misterioso e viscerale, anche quando non vedo con gli occhi o non tocco con mano.
Sono diversi anni che in estate andiamo per qualche giorno a Palazzuolo sul Senio, paesino di confine tra Toscana ed Emilia Romagna, linea gotica, luogo di storie dell'ultima guerra, terra di famiglia.
La domenica c'è sempre il solito mercatino, l'ho visitato tante volte: una parte si dispone sulla strada, quella che accoglie tutto ciò che puoi trovare ormai in qualsiasi parte d'Italia. Un'altra parte invece si snoda sotto i tigli, costeggia il cimitero: lì per terra, adagiati alla bell'e meglio su stracci di fortuna, stanno cose dalle più disparate, residui di vecchie cantine, ereditate e ingombranti. Ci sono utensili da lavoro, roncole, tenaglie, punteruoli, vetrerie sbiadite, bambole vecchie e vecchie lenzuola ricamate a mano.
Se passi e ripassi impari ad affinare lo sguardo e qualcosa si incaglia all'angolo dell'occhio, devi girarti a vedere, tornare indietro se necessario. Anche questa volta mi sono voltata e tornata indietro.
Legate da un filo, sporche e incrostate, ci sono delle tesserine di una lega di rame (3 x2 cm), che hanno al centro l'incisione di una lettera. Un mondo disperso di miriadi di combinazioni, segni, contenitori di senso, che aspettano qualcuno che le ricomponga in nuove parole. Non potevo lasciarle vagare, ho dovuto prenderle con me. Cercherò con loro parole nuove e anche il modo in cui andavano usate.


Ma per le sorprese ci vuole sempre il tempo di un dialogo, come ho imparato nei suk della Siria. Ho atteso quel dialogo, rigirandomi tra le dita le mie nuove letterine. È stato allora che il proprietario del banco ha pensato bene di mostrarmi il suo vero tesoro, sicuro, non so perché, che avrebbe fatto colpo.
Apre così un raccoglitore di vecchie cartoline, alcune delle dive del cinema italiano degli anni 50' con tanto di autografo, da Sofia Loren a Gina Lollobrigida, sulle quali scorre lentamente, in attesa di un balugino dei miei occhi, che invece non c'è. Poi arriva al centro del raccoglitore e mi dice che quelli sicuramente fanno per me.
Si tratta di libricini, 10 x 6 cm, contenenti storie antiche e calendari, distribuite ai propri clienti dai commercianti tra gli anni 20' e 30' come forma di pubblicità. Ne resto incantata.







Quello che racconta la storia di Tristano e Isotta è un calendario datato 1927, e veniva distribuito da una ditta di Faenza che produceva pellicce e capelli per signore. 









Le illustrazione hanno colori vivaci, uno stile che rimanda alle influenze dell'Art Nouveau, tratti decisi che rendono compiutamente la dinamica delle figure anche in uno spazio così ridotto.  


Fanno da accompagnamento brevi testi che rimandano agli elementi essenziali e cruciali della storia, che si vuole narrare soprattutto per immagini. Una sorta di didascalie, per chi la storia la conosceva già.
Il secondo libricino-calendario, anno 1921, riporta il marchio di una profumeria di Milano, e racconta la storia di Marco Visconti, esponente nel XIV secolo della nota famiglia milanese, che governò la città per un lunghissimo periodo.


Di questo secondo calendario, oltre la fattura più pregiata nella scelta della carta e della rilegatura, spicca il peso dato alla storia scritta, che non si esaurisce in poche righe a margine delle figure, ma alla quale viene dato ampio spazio, per ben due pagine.


Sono stata letteralmente rapita dal formato, dall'idea, dalle illustrazioni, dal valore dato alle storie che in quel modo diventavano patrimonio collettivo e condiviso,  sia attraverso il testo che le illustrazioni. La funzione dichiarata di questi libricini doveva essere quella di calendari tascabili, da portare in borsa o addirittura nel portafogli, piccole conte dei giorni, da verificare al momento, quando non c'erano ancora smartphone che segnavamo il tempo di ieri e domani dall'oscurità fino alla fine dei giorni. Eppure le dimensioni dei numeri e dei giorni della settimana erano così piccole da rendersi quasi illeggibili. 
Forse per questo era necessario rendere più accattivante il calendario, e lo si faceva corredandolo di storie illustrate, di un passato locale e lontano storicamente, oppure addirittura di storie lontane culturalmente. L'importante è che queste storie ci fossero e che fossero "leggibili" da chiunque in un tempo breve ma in modo efficace. A questo servivano le illustrazioni.
Facendo una piccola ricerca ho scoperto che non tutti i commercianti sceglievano storie però. Alcuni preferivano i giocatori di calcio della squadra cittadina, altri divinità indiane, altri ancora figure di santi. Dipendeva certo dal tipo di esercizio commerciale e anche dall'importanza della ditta, se era o no una nota profumeria nel centro di Milano o una pellicceria di Faenza, come appaiono quelle citate nei miei libricini.
Quindi l'idea di metterci una storia era una scelta consapevole, non consueta, perché non tutti facevano così. Questo li rende, almeno per me, ancora più affascinanti.
Mentre me li rigiro tra le mani non posso fare a meno di immaginarmi le persone che li hanno posseduti e le occasioni nelle quali li hanno letti, dimenticandosi, chissà, del giorno e del mese che volevano cercare, a vantaggio di quelle storie.
Come sarei felice se quest'anno a dicembre andando dal mio parrucchiere, in farmacia, dal panettiere,  trovassi questi libricini-calendario, con storie piccole, del nostro passato cittadino e non solo, delle persone che hanno pensato e fatto cose grandi e che ci hanno preceduto, rendendo più umano il nostro divenire in questo mondo.


giovedì 16 marzo 2017

Sorelle di carta

Sono passati sei anni da quando in Siria c'è la guerra.
Per questo ho deciso di scrivere questo post, con l'idea di raccontare ancora di quella Siria di cui ho scritto nel libro, Sorelle di carta, ma anche del viaggio che il libro stesso ha compiuto tra le ragazze e i ragazzi che ho incontrato in questi anni.
Una ragazza, in un incontro che ho avuto nella libreria Feltrinelli di Verona a febbraio, mi ha chiesto quale fosse stato il sentimento che mi aveva spinto a scrivere la storia. Di emozioni ne ho provate molte, perché come dicevo anche a lei, l'emozione è qualcosa che investe il corpo, è una reazione incontrollata o scarsamente controllabile a uno stimolo esterno. E quando scrivo storie mi capita di stare così dentro i dialoghi, le situazioni, i personaggi e ciò che accade loro, che sì, mentre le dita battono incessantemente sulla tastiera, comincio a sudare, o al contrario ad avere le mani gelate in pieno luglio, e un gran batticuore.
Il sentimento è qualcosa di diverso, è composto da radici che tessono legami con la terra della nostra memoria. E in questo caso il sentimento che mi pervade ancora oggi è quello della gratitudine.
Gratitudine per un paese e per un popolo che mi ha accolto nonostante la mia alterità, che mi ha mostrato senza reticenze la sua natura intima, che mi ha donato la capacità di scartare un angolo di osservazione e provare a vedere da una prospettiva altra.

Il villaggio di Tell Mardikh visto dalle mura della città antica

Hamid e Ahmed Ajali in posa dopo aver preparato il cantiere per le foto finali

Ho lavorato in Siria per tanti anni, con periodi di permanenza di diversi mesi ogni anno. Mi è capitato di partire ad estate appena cominciata e di tornare a novembre, quando qui brillavano già le luminarie di Natale. Ogni partenza e ogni ritorno sono stati un viaggio di crescita, sono state parole scritte sul nastro della mia memoria. Ho messo a dimora immagini, colori, odori, sensazioni, paure, gioie, incomprensioni, difficoltà, resistenza, dialogo, affetti profondi, quelli che poi sono confluiti nel libro.

Buseina e Dua con me sotto la tenda di casa

Spessissimo i ragazzi mi chiedono se i personaggi e la storia siano vere, come se l'esserlo avesse un valore aggiunto, come se desse alla storia quel quid in più. Così racconto loro che per me ogni storia è vera, nella misura in cui posso leggerci una parte di me, che prima non vedevo, e questo mi da la possibilità di ricrivere allo stesso tempo nuove traiettorie esperienziali.
Il libro è dunque nato per raccontare della Siria, per mostrare un paese che in pochi anni è diventato, negli occhi della memoria di tutti, solo e soltanto guerra, distruzione, profughi. E di cui invece io ho conosciuto soprattutto la bellezza culturale e umana.
Ma volevo anche raccontare di quel paese, straniero a molti adulti, che è l'adolescenza, dove le storie hanno il potere di una cassa di risonanza che amplifica emozioni, vissuti, esperienze, segnando e costruendo possibili nuovi scenari indentitari.
Così scrive Andrea (3G): Da questo testo emerge anche il bisogno di libertà da parte della protagonista e la forma di ribellione che lei coltiva nel corso del tempo. (Andrea 3G)
In realtà Costanza non riesce a trovare davvero un modo per resistere al mondo degli adulti, in Siria ci si ritrova lo stesso, nonostante le sue resistenze, e la scuola che frequenta è quella che hanno scelto i suoi genitori. Ma sarà proprio questo accumulo di situazioni che la porterà a esplorare una parte di sé e a trovare comunque una strada nuova, proprio all'interno di quelle situazioni non volute.

Aima vista con gli occhi di Sara (3 A)

Una cosa che credo sia piaciuta molto ai lettori, è stato il sentirsi dentro la vita di Costanza, perché quella storia in fondo, poteva essere anche loro, perché hanno sentito di potercisi riconoscere. E quel desiderio di sperimentare la vita per conto proprio, in autonomia, è tutta dentro i ragazzi. Ne hanno bisogno, sentono di dover provare a fare da soli, senza qualcuno pronto lì a puntare il dito, per dire "te lo avevo detto", al primo sbaglio.
Ginevra (3G) scrive: Sembra quasi che la scrittrice sia un'adolescente. I sentimenti che prova Costanza sono uguali a quelli che si provano quotidianamente. Lo ammetto io, che non leggo molti libri, perché quelli che trovo sono molto dispersivi, invece Sorelle di carta a mio giudizio è molto fluido ed è stato facile leggerlo. Oltretutto leggendo si ha la sensazione di entrare in questa vicenda. 
Ancora Natalie (3 A) scrive: Questo libro è stato forse l'unico a suscitare in me le stesse emozioni delle due ragazze, di Costanza e Aima, che completamente differenti nel loro modo di vivere, rischiano tutto per difendere il loro desiderio di libertà."
Alice (3 A) scrive: Ho amato ogni pagina di questo romanzo, forse perché assomiglio a Costanza, o per il linguaggio e le vicende attuali che mi hanno fatto immedesimare con facilità nella protagonista.
Nel libro Costanza e Aima non si trovano mai in prima linea sulla scena della guerra, ma ne sentono tutti gli effetti devastanti, avvertono crescere la tensione, vedono il fratello di Aima unirsi ai combattenti per la liberazione della Siria dalla dittatura, vedono la paura negli occhi e nei gesti delle persone adulte.
Questa tensione ha valicato il confine della storia, è entrata in forte relazione con i lettori, a tal punto che mi hanno chiesto più volte se fossi stata lì durante la guerra. Ovviamente no, ma negli anni in cui sono stata in Siria era evidente a ogni angolo di strada che non si trattasse di un paese democratico e libero, soprattutto per chi ci viveva. Ho respirato sulla mia pelle quella tensione, ho ascoltato gli anziani lamentarsi mestamente e a voce bassa di come andassero le cose. Quasi sempre le lettere che ricevevo dall'Italia erano state aperte e richiuse, con tanto di briciole di cibo dentro, e spesso private di una parte del loro contenuto, una foto, uno spartito musicale. La censura era sempre attiva e noi che lavoravamo lì non potevamo mai dimenticarcene.
Ricordo esattamente l'alba di una mattina, quella che seguiva l'affermazione di un nostro politico sul fatto che la cultura dell'Occidente fosse superiore a quella dell'Islam, ricordo le parole pesanti degli operai più grandi, ricordo quel loro sguardo ferito, e l'impossibilità mia di poter dire davvero tutto quello che pensavo in quel momento.
Mi limitai a dire che avevano ragione  e che certo io non la pensavo affatto così. Ma non potevo in nessun modo intavolare con loro una discussione politica, per nessuna ragione al mondo. Provai su di me un senso di impotenza e di abbattimento. Dopo qualche giorno uno di loro arrivò con un dono per me, una piccola croce di ferro, da appendere a un cordino, incartata in un angolo di foglio di giornale. La conservo nella mia scatola dei ricordi come il segno evidente che l'amore e il rispetto passano indissolubilmente dalla conoscenza. Sperai davvero con tutta me stessa che prima o poi la Siria potesse aprirsi a un percorso di democratizzazione, difficile ma necessario. Lo chiedevano i tempi e lo chiedeva il suo popolo.

Tell Mardikh, vista dalle mura della città antica 

Racconto tutto questo ai ragazzi che incontro, racconto della storia della Siria, delle sue origine moderne, e di come le manifestazione pacifiche svoltesi a Dar'a, a metà Marzo del 2011, potessero rappresentare davvero un'occasione, perché per la prima volta la società civile manifestava con un intento comune. Occasione purtroppo fallita e mancata, degenerata in brevissimo tempo in una catastrofe senza precedenti.
Credo che per i ragazzi gli incontri con me siano stata un'occasione di confronto e di approfondimento, perché spesso ciò che apprendono dai mezzi di informazione, è solo la notizia del momento, il massacro dell'ultima ora, non una ricostruzione accurata di come ci si sia arrivati a tanto scempio. Le immagini scorrono senza fondo, senza un sostrato nel quale trovare collazione, e così scivolano via, giorno dopo giorno, lontano da loro, e pure da noi.
Per questo sono convinta che ai ragazzi invece dobbiamo dare gli strumenti per non fermarsi a quelle immagini prive di prospettiva e terza dimensione, perché hanno bisogno di comprendere che ciò che accade non è esito momentaneo di un fatto particolare, ma conseguenza di un percorso, di una storia, in cui nessun attore in gioco, dunque nemmeno l'Occidente, può tirarsene fuori.
Scrive ancora Lucrezia (3 A): In questo libro ho visto crescere Costanza e Aima e con loro sono cresciuta anche io perché ho capito che le differenze di cultura e tradizioni non possono fermare "il desiderio", "la speranza" e "l'immaginazione". Questo libro è stato per me la chiave che ha aperto la porta dei miei pensieri verso le persone adulte. Mi è piaciuto come la scrittrice si è immedesimata in una ragazza quattordicenne con tutti i suoi problemi, consiglio quindi questo libro anche alle persone adulte per rinfrescare l'età dell'adolescenza che a loro non appartiene più"
Questo scrive ancora Francesca (3A): Personalmente ho adorato questo libro, soprattutto, l'idea, il pensiero su cui è stato costruito, quello di riscattare la vita di un intero popolo, di uomini, donne e bambini, che molto spesso non possono esprimere le proprie idee e talenti.
In un articolo, uscito domenica scorsa su Robinson, l'inserto di La Repubblica dedicato alla letteratura(http://www.repubblica.it/cultura/2017/03/11/news/robinson_12_marzo_raccontare_la_realta_con_gli_scritto_da_carrere_a_grossman-160305882/?ref=search), dal titolo, L'arte di raccontare la realtà, diversi grandi autori, tra i quali David Grossman, rivendicavano il senso e il potere della fiction. L'articolo andrebbe letto e riletto: il senso della riflessione poneva l'attenzione sul fatto che la letteratura, con le sue narrazione, ha il potere di restituire voce, dignità, visibilità alla complessità di ogni singola vita umana, a fronte spesso di una spersonalizzazione disumanizzante della rappresentazione giornalistica, che invece mostra le masse come fossero un'entità astratta, con cui è difficile empatizzare. Lo scrittore ha la possibilità di scegliere un protagonista è in esso mettere in scena il caleidoscopio di vissuti, sentimenti, emozioni che quelle persone coltivano e vivono.
Quello che ho cercato di fare con Sorelle di carta è stato proprio questo, narrare della Siria dal di dentro, per come l'ho conosciuta e vissuta io, in tanti anni di vita trascorsa lì. Ho voluto che le difficoltà, le paure, le ansie di libertà, i desideri e i sogni si palesassero concretamente nel corpo, nella mente, nel cuore di due adolescenti. Ho voluto che la Siria non fosse rappresentata solo per l'aberrazione delle sue fosse comuni, ma anche e soprattutto per la magnificenza della sua cultura millenaria, che appartiene a tutti noi, in primis al suo popolo.

Tell Banat, Medio Eufrate, Siria

Tell Banat, bambini sullo scavo

A casa di Mahmoud con Susanna, chissà di cosa discutevamo...

Ora ciò che vorrei davvero è che il libro continuasse a viaggiare qui in Italia, ma anche così a lungo da arrivare lì, dove tutto questo è nato. Un desiderio folle, lo so, ma sarebbe davvero bello se un giorno Sorelle di carta potesse essere letto dalle ragazze e dai ragazzi siriani.
Forse allora potrei pensare davvero, come mi hanno chiesto moltissimi dei ragazzi che ho incontrato, di continuare questa storia. E magari con un finale in cui la Siria e i suoi giovani possano riprendersi in mano le file e le traiettorie del proprio futuro.

Il braccialetto me lo ha regalato una ragazza che era in prima fila all'incontro di Verona. Una ragazza  tunisina, con un bellissimo velo in testa, che mi ha detto che anche lei aveva a cuore, come me, la mia Suria, nome che ha pronunciato in arabo. 

Ogni libro non nasce mai da solo: perché una storia arrivi tra le mani dei lettori, c'è tanto tantissimo lavoro da fare, un lavoro fatto soprattutto di cura, di attenzione, di sostegno, di pazienza, di passione, di accoglienza. Questa storia non sarebbe mai venuta alla luce se un'amica non mi avesse detto che la casa editrice con la quale ho poi pubblicato, Mammeonline, ora Matilda Editrice, stava aprendo una nuova collana, Crisalidi e Farfalle, e che sarebbe stata perfetta per il mio libro. Di questa casa che mi  ha accolto ringrazio di cuore Donatella Caione per avere sentito la mia storia, dentro e oltre, le file di parole, che la costruivano.
Così come ringrazio tutte le insegnanti che ho incontrato in questi anni per avermi accolto nelle proprie aule, in modo particolare il mio grazie va all'I.C. W.A. Mozart e soprattutto alla professoressa Laura Girlando, per la sua tenacia e la sua fiducia.
E da ultimo, ma non per importanza, alle ragazze e ai ragazzi, miei lettori, grazie di cuore!



mercoledì 9 novembre 2016

Seme di Dio

Vivevamo lì da poche settimane.
Capitava che mi svegliassi di notte. La casa era grande, vuota, muta.
Allora mettevo fuori le braccia per sentire l’aria, per capire dov’ero.
Fuori il buio era denso, io mi sentivo straniera in quella stanza nuova, tutta per me.
L’avevo desiderata, immaginata, sognata, sperata. Ma ora avevo paura.
Fiori giganti senza stelo ricoprivano per intero le pareti.
A volte mi sembrava di sentirli muovere, sfiorarmi i capelli coi loro petali di velluto dai colori sgargianti.
Nel cambio di vita avevo perso la mia nicchia nel letto, quello che si tirava giù la sera col buio, e si chiudeva di giorno. Ora avevo solo le coperte, troppo leggere, per seppellirmici dentro.
Poi un giorno arrivò lei. Mia nonna, Emilia, la madre di mia madre.



Non me lo avevano detto che avrei dovuto dividere la stanza con lei. Ero titubante e incuriosita. Presto cominciai a conoscerla.
Si alzava sempre prima dell’alba, minuta dentro il suo abito nero, e percorreva quello spazio incantato tra il sonno e la veglia, come un personaggio delle fiabe. Piccoli gesti silenziosi la portavano fuori dal buio.
La sentivo zappettare in giadino, i suoi fiori, le piante dell’orto, i suoi ricordi, le speranze ancora da farsi. Col tempo da dentro il mio letto, imparai a riconoscere i rumori degli attrezzi, dentro le sue mani, il tempo della pota e quello della semina. Mi piaceva ascoltare a occhi chiusi gli odori della primavera, l’arsura dell’estate, lo scroscio dell’acqua sulla terra assetata, la pulizia delle foglie d’autunno, le coperte, stese a mantello sui rami degli alberi contro il gelo dell’inverno.
Lei sapeva come abitare la notte senza timore, nel suo letto a due piazze, alto come una montagna. Da quando era arrivata nella mia stanza, non ero più sola nel buio. La sentivo spesso sussurrare parole, come avesse accanto qualcuno con cui confidarsi.



Una notte, con il cuore in gola per un sogno cattivo, attraversai lo spazio vuoto tra il mio letto e il suo.
Mi arrampicai sulla montagna e mi rannicchiai al suo fianco. Poi cercai la sua mano.
Dentro il palmo teneva un grumo vivace di piccole perle che faceva scorrere tra le dita, cantilenando parole sempre uguali, che io non capivo.
Mi abbracciò stretta, e mi addormentai cullata dai suoi bisbigli.
Con lei ho imparato a lavorare la terra, quella dei raccolti, e quella dei miei sogni, ho tracciato solchi per mettere a dimora talee di rose e semi di fiducia, ho assaporato il tempo dell’alba per far crescere gesti di cura e immaginazione. Con lei ho imparato ad ascoltare i ritmi delle stagioni e quelle dei cuori, a vedere anche nel buio della paura luminosi silenzi, a scavare dentro ogni piccola parola per ritrovare radici potenti di storie nuove.
Gli alberi, i fiori, le piante del mio giardino ostentano ancora all’aria i segni indelebili delle sue cure. Io continuo a svegliarmi di notte, e continuo a ritrovare la sua voce. Infilo la mano sotto il cuscino e mi aggrappo al filo delle sue perle, le sgrano senza parole, fino ad arrivare alla croce ormai consumata delle sue preghiere. E trovo pace in quello spazio incantato tra il sonno e la veglia, dove lei ancora mi attende.

In sua memoria, 21 agosto 1908 - 21 Novembre 1992 

(Pubblicato su Illustrati, Novembre 2014)

mercoledì 19 ottobre 2016

Salvatore

Di notte, mi accade sempre di notte: la solita puzza, che mi sale nel naso, sù sù fino al cervello e poi giù, di nuovo, in conati di vomito.
Sto per partire, manca poco. I miei nuovi compagni mi aspettano, ho lo zaino già pronto. Ricomincio tutto daccapo, nuovo.
Mi resta solo questo odore, cadavere di mare, che si insinua a casaccio, a ricordarmi da dove vengo.  



Avevo dieci anni quando ho vomitato per la prima volta sulla sua barca. Era notte, ma lontano si intravedeva già una sottile linea d'alba. E con la luce dell'alba anche l'orrore. 
Lui diceva che era normale, che dovevo fare esperienza, che il mare era così, mi dovevo solo abituare al rollio, che lui sì che ne aveva passate di brutte con il mare grosso.
Ma non era il mare in sé a rivoltarmi, era l'orrore che c'era dentro: quei pesci dallo sguardo sbarrato, presi nella rete, insieme a pezzi di ricordi di uomini e donne e bambini, finiti a volte come cibo nella loro pancia. 
Mio padre mi portava con sé perché diceva che quello sarebbe dovuto essere il mio lavoro, quando fossi diventato grande. Cosa può fare il figlio di un pescatore, se non il pescatore? 
Io lo dovevo aiutare a tirar su le reti, e a disincagliare tutto quello che era finito nelle trame di corda. Ai pesci ci pensava lui, il resto lo lasciava a me: scarpe, tante scarpe, grandi, piccole, sempre spaiate, buste di plastica piatte, con dentro fogli scritti in lingue indecifrabili, bambole, palloni sgonfi, a volte anche piccole borse, tanti abiti, sfilacciati dal mare e dal tempo, cappelli piccoli, sciarpe, avanzi d'esseri umani. 



La prima volta che chiesi di chi fossero quelle cose, mio padre mi disse che erano di tutti quei poveri disgraziati, più disgraziati di noi, che venivano da chissà dove a cercare un posto nel quale stare meglio. Ma loro, diceva sempre mio padre, non sapevano mica che qui si stava come i cani in chiesa. Se lo avessero anche solo immaginato, se ne sarebbero stati a casa loro. Magari adesso sarebbero stati ancora vivi. 
Come i cani in chiesa, mi ripetevo invece io sulla lingua, senza capire fino in fondo se era bene o male. In chiesa mi ci portava la nonna, con la promessa che, se stavo buono, poi mi comprava i lupini. Ma a me i lupini non erano mai piaciuti, avrei preferito una fetta di dolce, con lo zucchero a velo sopra. 
Però mi piacevano le storie, che sentivo raccontare dal prete. Così aspettavo che tornasse quella che preferivo, quella nella quale Gesù aveva chiamato i suoi amici, dicendo loro che potevano anche lasciare le reti, smettere di andare per mare, pure se erano pescatori, perché lui li avrebbe fatti diventare pescatori di uomini. Proprio così diceva la storia. 
La cosa che mi piaceva di più la capisco bene solo ora, ed era quella del poter cambiare destino. Se eri nato pescatore non è che dovessi farlo per forza per il resto della tua vita, potevi anche fare altro, tipo il pescatore di uomini, che mi sembrava non aveva nulla a che fare con il mare, e soprattutto con i morti nel mare. L'idea era per me meravigliosa, perché più passava il tempo più non riuscivo a salire sulla barca senza incominciare a vomitare. 
Però poi la realtà tornava a scuotermi con violenza. Mi chiedevo se questi uomini pescati dovevano essere vivi o morti, come i pesci che prendevamo noi, o come gli esseri umani in fondo al mare, quei disgraziati di cui mi aveva parlato mio padre, e di cui io ero ormai terrorizzato. A volte li sognavo, col volto pieno di dolore e di rabbia, che risalivano dal fondo del mare e mi venivano a prendere per portarmi giù con loro nel buio senza contorni. Mi svegliavo allora senza respiro, in preda a crisi d'asma. 
Cominciai ad ammalarmi, mi sentivo un peso tra il petto e la gola, mi mancava l'aria, e cominciai ad avere attacchi d'asma sempre più forti. Ogni volta che sapevo di dover andare sul peschereccio mi veniva la tosse, non lo facevo apposta, stavo davvero male. Spesso rimanevo senza fiato così a lungo che mio padre dovette rinunciare a portarmi. Mi curarono per l'asma e mi venne il mal di pancia, colite e duodenite, vomitavo ogni qual volta mettevo piede sulla barca. Alla fine mio padre si rassegnò. Avevo un solo figlio, maschio, incapace di affrontare il mare. 
Fu l'inizio della nostra lontananza. Ma io continuavo a pensare a Gesù, ai pescatori di uomini. Non volevo deludere mio padre, chissà forse quello poteva essere un'alternativa. Magari, se non ci fossero stati di mezzo il mare e i morti, sarei stato capace di fare qualcosa anche io. 
Continuava però a sfuggirmi il senso del diventare pescatore di uomini.
Un giorno chiesi a Milena, lei doveva sicuramente saperlo. 
Eravamo grandi ormai, facevamo il catechismo della cresima, e lei era bellissima. Sento ancora la sua risata esplodermi dentro. Mi spiegò che pescare uomini alla maniera di Gesù, voleva dire salvarli, semplicemente amandoli. A Milena non potevo dire altro che sì, che avevo capito benissimo, anche se in verità ancora non mi era tutto così chiaro. 
Poi un giorno di qualche anno dopo, in un pomeriggio torrido di fine luglio, mentre me ne stavo davanti al computer a navigare ossessivo in cerca di un buco di posto al mondo che potesse farmi sentire a casa, scoprii una cosa che ora sta per cambiare la mia vita.
Da quando non andavo più sul peschereccio con mio padre, il mare era diventato la mia ossessione. Senza volerlo finivo sempre per avere a che fare con quella voragine immensa di blu, anche nei giochi che facevo con la play, anche a scuola con le lezioni, anche quando navigavo a casaccio, come quel pomeriggio, in rete. Negli ultimi anni il mare era diventato un cimitero, continuava a riempirsi di morti e l'isola, la mia isola, un puntino minuscolo sulle carte geografiche, ora era sulla bocca di tutti, soprattutto in TV e in internet..
Quella volta però è stato diverso.
Una foto mi aveva incuriosito: un peschereccio dai colori sgargianti, con un nome che mi sembrava una bella promessa, IUVENTA. Appesi al suo fianco, due gommoni carichi di migranti, che venivano issati a bordo, mentre in primo piano c'era una ragazza di spalle  che doveva aver guidato le operazioni di salvataggio da un altro gommone, poco lontano. La ragazza era di spalle, non potevo vedere il suo sorriso, eppure sapevo dalla posizione delle sue spalle, che doveva essere nel suo buco di posto, in pace a casa sua, in quel frammento di mare. 



Il cuore mi si era fermato di colpo, come se una punta di freccia si fosse conficcata nel centro esatto dei miei pensieri. Un dolore intenso mi aveva risvegliato. 
Cominciai a cercare informazioni su questo strano peschereccio, IUVENTA, su chi fossero i ragazzi, tutti giovani che si intravedevano a bordo. Scoprii così che alcuni giovani tedeschi, stanchi di ascoltare le solite vuote parole di costernazione per i naufraghi dispersi, avevano deciso di provare a fare qualcosa. Avevano fondato un'associazione e, con un progetto di crowfunding, avevano restaurato un peschereccio olandese, dando avvio al progetto IUVENTA: solcavano il mare con a bordo uno staff di pronto soccorso e prima accoglienza per "pescare", dove ce ne fosse bisogno, esseri umani dispersi vivi in mezzo al mare, proprio quei disgraziati, di cui io avevo contato centinaia di scarpe. 
Loro, semplicemente, facevano questo. Non avevano aspettato fondi erogati, summit internazionali, decisioni politiche, avevano dato corpo alla necessità di un aiuto, che li aveva interrogati individualmente. E avevano risposto. 
Passai i giorni successivi chiuso in camera, davanti al computer, con la pagina dell'associazione Jugend Rettet sempre aperta. Sentivo che era quello il mio posto, nonostante ci fosse il mare e il peschereccio. Mi sembrava tutto così incredibilmente assurdo, eppure possibile. Li contattai via skype, parlai a lungo con loro, conoscendoli e riconoscendomi.
Sto per partire, fra due giorni, starò due settimane con loro. Mi hanno accolto a bordo di IUVENTA perché sto per diventare uno psicologo, parlo inglese e si conosco anche bene il mare e le isole. È tutto pronto, ricomincio daccapo, nuovo. E sono sicuro che così smetterò di vomitare. Dimenticavo: mi chiamo Salvatore e farò il pescatore di esseri umani.



Jugend Rettet, associazione di giovani volontari tedeschi che attraversa il Mar Mediterraneo, salvando vite umane.

Fuocammare, Film di Gianfranco Rosi, scelto per rappresentare l'Italia agli Oscar, come migliore film straniero. 



lunedì 10 ottobre 2016

L'invitata imbucata

È arrivata da fuori, da un Altrove, oltre. 

Si è infilata indiscreta, con passo incerto tra gli invitati. Da dove viene lei fa tanto freddo, per questo ha messo la giacca pesante. Così ha detto, fra sé e sé. Ma lì, dentro quella chiesa, c'è un bel tepore. E lei accoglie le mani di chi la vede incerta. Arriva ai piedi dell'altare, qualcuno la guarda con sospetto, qualcun altro le offre il braccio, riconoscendola. Sale i gradini, verso l'Alto.  

La violista le porge una sedia, lei ringrazia, muovendo scomposta il capo. Così si siede, accanto alle musiciste, e si gode la cerimonia in prima fila, sgargiante di colori mal assortiti. A volte socchiude gli occhi, a prendere respiro, a cercare nella sua memoria ballerina, le stesse parole pronunciate ora su quella tavola sacra.

Poi le scende una lacrima. Gli occhi dei vecchi, si sa, sono sempre bagnati. Lei non se ne accorge nemmeno, è assorta tra i suoi ricordi e il dono presente di due giovani sposi, che si fanno promesse d'eterno.

La cerimonia finisce, gli invitati escono tutti, si preparano a festeggiare gli sposi, riso in mano e sul volto. Lei aspetta con pazienza, si lascia aiutare a scendere i gradini, e poi, a passi rigidi, raggiunge il dipinto, quello enorme di Maria, che sembra guardarla a mani giunte, in attesa di poterla abbracciare.

Scava nelle tasche della giacca che tiene appoggiata sul braccio, trova qualche spicciolo, lo fa tintinnare nella cassettina delle offerte.

Poi accende tutte le candele, elettriche, le spegne e le riaccende, prova e riprova, non si rassegna. Da dove viene lei, fa tanto freddo, e purtroppo quelle candele non scaldano.

Congiunge le mani, si fa il segno della croce ed esce, inosservata, in silenzio, aspettando, chissà, un'altra chiesa, altri sposi, all'ombra dei quali poter trovare riposo e un po' di calore.





lunedì 3 ottobre 2016

La casa-ombra

Se ne sta lì, sola nuda, come un gigantesco involucro, un carapace vuoto, come quegli insetti che lasciano di sé solo l'esoscheletro e dentro più nulla, spariti, di loro nemmeno più l'odore.
Non si può non notarla a Mittelberg, l'enorme casa-ombra, in cima alla strada principale, unica striscia di blu a scorrimento lento, filo tortuoso tra la valle e le vette.



Tutto è perfetto su quella strada: i fiori sgargianti alle finestre, le orchidee dietro i vetri, le piccole scaglie di legno, serrate le une alle altre, a proteggere i muri delle case, il verde rigoglioso dei prati cresciuto a vanto di cime e persone.

Tutto sembra perfetto.
A parte lei.

Seccata dal sole, sporca, grigia, se ne sta abbandonata dietro una fitta ragnatela di tubi, qualche finestra vuota, occhi smarriti, dimenticati aperti senza cura di pudore alcuno.



La sua gigantesca ombra mi sovrasta. Ha qualcosa di vivo, ancora. Prendo il mio taccuino e traccio qualche linea sghemba, fermo lì quella visione, segno la strada per poterci entrare.

Poi una domenica il cielo s’incupisce e il grigio stringe in una morsa fredda ogni vanto di colore. Ma la casa-ombra no, lei resiste: un foglio giallo, sgualcito a sorriso, appiccicato a uno dei tubi, annuncia un mercatino delle pulci nella casa di Klara. Una ruga di luce sulla sua pelle.
Metto le mani a visiera per sbirciare dentro la finestra. Un bambino minuscolo comincia a bussare ossessivo sul vetro, dall'interno, fino a quando braccia da grandi lo tirano giù e mi fanno segno di fare il giro ed entrare.



È lei la casa di Klara.

Entro varcando una soglia, come si entra in un Altro, mondo uno di due, in punta di piedi. Mi travolge un odore di polvere e legno, i passi scricchiolano sulle assi, il soffitto è basso, una vecchia stufa in ceramica troneggia nell'atrio. La casa è attraversata da tante persone, c'è un’aria di festa, una signora gira per le stanze tenendo in equilibrio sul braccio un vassoio di bevande calde, tè, cappuccino, caffè. Fuori fa freddo e, tra le mani, è intenso tepore di casa quello che stringo. Comincio a girare per le stanze, immergendomi in una strabiliante wunderkammer, dove ogni cosa è stata conservata a rispetto di usura e tempo-lavoro: ci sono piccole scatole di legno, rivestite in cuoio, per la conservazione di porzioni giornaliere di tabacco, ciotole con dentro croci di legno, intagliate a mano, aghi da materasso lunghi venti centimetri, riviste, una scacchiera in ciliegio, un giradischi ancora perfettamente funzionante e tanti vinili. Qualcuno ne sceglie uno e lo dispone sul piatto. La musica si spande tutt'attorno. Mi dirigo verso una libreria: su un ripiano trovo le lenti pince nez di Klara, le prendo, le passo tra le mani, me le provo. Il cuore mi pulsa nelle tempie.

Perché sono qui? Chi era Klara? Aveva 93 anni quando l'usura del tempo aveva travolto anche lei. Una parte della sua vita l'aveva spesa a fare la contabile, per un ufficio del Comune. Ma un giorno, stanca di mettere in colonna numeri, aveva sentito di dover allargare il respiro, conoscere altro, trovare persone che potessero corrisponderle parole e non solo denaro. Aveva allora rilevato la casa-ombra, e ne aveva fatto una casa-ristoro.

Così voleva che fosse, non una qualsiasi casa vacanze. Non le piaceva l'idea delle ferie da consumare, sperava che tra quelle mura, in quelle stanze, nei letti profumati di fresco, tra quelle note, le persone potessero sentire di essere tornati a casa, un'altra casa, quella interiore. Una casa ricolma di piccoli oggetti, strumenti che avrebbero dovuto rendere il suo lavoro e la permanenza degli ospiti un dipanarsi lento e consueto di giorni sereni a contemplazione di montagne e silenzio. Ascolto la sua storia, parlo con le persone che le sono state vicino, sento il loro calore e la nostalgia. Klara comincia a essere una parte di me, dentro di me. Una stanza della mia casa si apre, un angolo buio, che ora prende luce e si schiude oltre gli argini della distanza. Vorrei portare con me tantissimi oggetti, un trinciaprezzemolo, ciotole da muesli dipinte a mano, i suoi occhiali, un piccolo binocolo da teatro.

Apro un cassetto della credenza, dentro ci trovo un libro dalla copertina rossa, sul frontespizio una scritta in oro e tre pentole di grandezza diversa, che emanano profumati effluvi. Lo apro e, pagina dopo pagina, volute di lettere, parole composte eleganti, prendono corpo sotto i miei occhi: sono le ricette che Klara ha trascritto in tanti anni di attività. Chiudo gli occhi, annuso le pagine, chiedo se posso comprarlo e per pochi euro lo porto con me. Con il libro stretto tra le braccia salgo le scale per il piano di sopra.






Nel frattempo mi hanno raggiunto anche i bambini e Paolo. Thomas ha un fiuto speciale per i giochi e gli attrezzi, immediatamente trova quello che gli interessa: costruzioni degli anni '40 in cartone pressato, incastri che danno vita a tre tipi di abitazioni, sembra ci sia pure quella di Klara.



Anche Emilia trova qualcosa, il gioco della serigrafia, mancano alcune lettere, ma per il resto basta solo ricomprare l'inchiostro. Ci divertiamo, sedute per terra, e comporre le prime parole: casa di Klara.

Entro nella stanza di Klara, il suo armadio è aperto, ho la sensazione di profanare un luogo sacro: ci sono i suoi abiti belli, quelli tradizionali, con il grembiule lungo, in seta pesante ricamata, giacche da lavoro che lei stessa cuciva, una scatola di calze di seta, ancora intatta. Mi sembra quasi di sentire i suoi passi. Le mani scorrono attraverso le stoffe ma non riesco a prendere nulla.

Esco e mi avvio all'ultimo piano: ha il tetto spiovente e un grande lucernario, sotto ci sono due sdraio in faggio, aperte come se attendessero ancora i loro ospiti. Mi ci adagio, guardo attraverso il vetro, è uscito un raggio di sole, nuvole dense solcano veloci il cielo, come i pensieri ora nella mia testa: penso a Klara, a quel poco che so di lei, a quello che immagino, alle corrispondenze che cerco tra me e lei.

So che nei luoghi che mi capita di attraversare spesso trovo storie che mi restituiscono una parte di me, trame così lontane dalle mie, che hanno tuttavia fili in comune, quella radice dell'umano, che irriducibile abita nella stanza segreta del nostro io. Vite che forse ho già vissuto e che ora tornano a visitarmi.

Emilia mi scuote il braccio, mi dice che dobbiamo andare, - Babbo ti vuole - mi sussurra. Anche Paolo ha trovato il suo tesoro. Una pendola, rimasta immobile, segna le 5, l'ora in cui Klara si è sempre alzata, mi dicono. La stessa ora in cui mi alzo io. Corrispondenze. Prendiamo anche quella. I suoi familiari ci salutano calorosamente, gli occhi ci si inumidiscono, Klara non c'è più, ma la sua casa presto tornerà ad essere una casa-ristoro-museo. Torneremo il prossimo anno, a visitare la casa di Klara, a cercare storie e corrispondenze.